Achille e Priamo

Ci troviamo nel canto XXIV dell’Iliade, il tema dominante è ancora l’ira di Achille rivolta nei confronti di Ettore. Sfoga, infatti, la sua rabbia e il suo dolore straziando il cadavere dell’eroe troiano con tale ferocia, che è infine lo stesso dio Apollo, mosso a pietà, a chiedere a Zeus di intervenire. Secondo le credenze dei Greci, seppellire un morto è un atto rituale di suprema importanza; solo dopo avergli reso gli onori dovuti, infatti, si può placare il suo spirito. Dare sepoltura ai congiunti è un dovere fondamentale che i membri della famiglia devono assolvere. A questo punto si apre l’episodio che vede protagonista l’incontro tra Achille e Priamo, che, aiutato da Ermes, giunge nella tenda dell’eroe greco per supplicarlo di restituire il cadavere del figlio. È a questo punto che, grazie alle parole profonde e sincere di Priamo ad Achille, sentendo nominare il padre, il dolore del semidio si fonde con quello del vecchio re.
Priamo arriva nella tenda di Achille:
 “Pensa a tuo padre, Achille pari agli dei,
coetaneo mio, come me sulla soglia della tetra vecchiaia,
e lo tormentano forse i vicini, standogli intorno,
perché non c’è nessuno che il danno e il male allontani.
Pure sentendo dire che tu ancora sei vivo,
gode in cuore, e spera ogni giorno
di vedere il figliuolo tornare da Troia.
Ma io sono infelice del tutto, che generai forti figli
Nell’ampia Troia, e non me ne resta nessuno.[1]

Priamo a questo punto, con tutta la sua disperazione e tutto il suo dolore, tenta di smuovere il cuore di Achille puntando sui legami affettivi. Nomina, infatti, il padre del grande eroe greco, ponendo l'accento sul fatto che Peleo può ancora sperare di vedere il figlio una volta tornato da Troia e contare sul suo aiuto contri i nemici, mentre Priamo non ne ha più nessuno che lo consoli e che lo aiuti in questa guerra, a causa sua e della sua ira, che ha fatto si che gli fosse ucciso anche l’ultimo e più valoroso dei figli, Ettore.
Priamo continua:
Ettore… per lui vengo ora alle navi dei Danai,
 per riscattarlo da te, ti porto doni infiniti.
Achille, rispetta i numi, abbi pietà di me,
pensando al padre tuo: ma io sono più misero,
ho patito quanto nessun altro mortale,
portare alla bocca la mano dell’uomo che ha ucciso i miei figli!”[2]

Il vecchio re, supplica Achille di restituirgli il figlio, sia per rispettare il volere degli dei e della traduzione, che vuole una degna sepoltura per permettere all’anima di avere accesso all’Ade, sia per rispettare lui stesso, che perdendo suo figlio, ha patito ogni male e ancora di più di ogni altro essere umano perché ha baciato la mano dell’assassino dei suoi figli. Le parole di Priamo, a questo punto, spezzano il muro di collera di Achille e arrivano dritte al cuore dell’eroe che, insieme al re, comincia a piangere il padre e i suoi cari.
Achille, quindi, si sente mutare dentro di sé:
Ma quando Achille glorioso si fu goduto i singhiozzi,
passò dal cuore e dalle membra la brama,
s’alzò dal seggio a un tratto e rialzò il vecchio per mano,
commiserando la testa canuta, il mento canuto,
e volgendosi a lui parlò parole fugaci:
“Ah misero, quanti mali hai patito nel cuore!
E come hai potuto alle navi dei Danai venire solo,
sotto gli occhi d’un uomo che molti e gagliardi
figliuoli t’ha ucciso? Tu hai cuore di ferro.[3]

Achille subisce una vera e propria metamorfosi: l’eroe fiero e irascibile si presenta con un volto nuovo. Si unisce al pianto dell’avversario e, immersi entrambi nel ricordo delle persone perdute, Achille e Priamo non sono più il vincitore e lo sconfitto, ma due uomini accomunati dal medesimo destino di dolore. Achille riconosce in Priamo un grande cuore e un forte coraggio per essere andato lì, dall’uomo che ha ucciso i suoi figli, per supplicarlo.
L’incontro tra questi due personaggi, che sono all’apparenza opposti (infatti uno è un eroe forte, imponente e imbattuto, l’altro invece un vecchio canuto e disperato), mostra alla fine quanto, invece, i due uomini siano accomunati dal dolore e messi sullo stesso piano, quasi dimenticando le differenze. Questo passo pone al centro l’umanità delle due figure e l’universalità del dolore, ed è ciò che porta poi Achille ad accettare di rendere il corpo di Ettore al padre e rispettare il volere divino. Questo incontro fa calare ai due personaggi la maschera di eroe, per mostrare tutta la fragilità di fronte agli affetti e alla perdita dei propri cari.



[1] Guidorizzi Giulio, Il mondo letterario greco: storia civiltà testi. L’età arcaica, trad. di R. Calzecchi Onesti, Einaudi Scuola, Milano 2004, p. 155 vv. 486-494.
[2] Guidorizzi Giulio, Il mondo letterario greco: storia civiltà testi. L’età arcaica, trad. di R. Calzecchi Onesti, Einaudi Scuola, Milano 2004, pp. 155/157 vv. 501-506.
[3] Guidorizzi Giulio, Op. cit., p. 157 vv. 513-521.