All’interno dell’Odissea, tra i tanti incontri importanti che Ulisse fa, come quello
con Nausicaa o con la maga Circe, il più significativo, secondo me, è quello
con il figlio Telemaco. Infatti, a questo punto dell’opera, Telemaco si sente
quasi perso, non sa come affrontare da solo i Proci che infestano la sua casa e
pretendono la mano di sua madre. Si sente solo e senza speranza di vittoria,
tanto da intraprendere un viaggio verso le corti degli altri capi achei, che,
al contrario di Ulisse, sono riusciti a tornare in patria, in cerca di
informazioni. I primi quattro libri, infatti, sono dedicati alla Telemachia, il viaggio intrapreso da
Telemaco alla ricerca del padre. Telemaco non si rassegna all’idea della morte
di Ulisse e lascia, quindi, Itaca e la madre per cercarne notizie.
Versa
su di lui la responsabilità di proteggere la madre dai Proci che fanno scempio
della reggia e che sono sempre più spazientiti e resi violenti dall’esitazione
di Penelope che continua a prendere tempo.
Questo
peso e questa sofferenza, però, vengono meno quando dal porcaro Eumeo la dea
Atena fa in modo di che lui incontri il padre. La dea appare ad Ulisse e lo
esorta a rivelarsi al figlio, trasformandolo di nuovo da mendicante a possente
eroe:
(Atena) dopo aver operato così
andò via, e Odisseo
Entrò nella stalla. Lo guardò con
stupore suo figlio,
impaurito volse altrove lo
sguardo, che non fosse un dio.[1]
Telemaco non riconosce subito il
padre, poiché non capisce come sia possibile questa trasformazione avvenuta.
Crede, quindi, di essere di fronte ad un dio e gli chiede di avere pietà di
loro, di essere propizio e di aiutarli in cambio di ricchi doni, ma Ulisse
risponde:
“Non sono affatto un dio: perché
mi eguagli agli dei?
Gemendo tanti dolori, subendo gli
insulti degli uomini”
Dopo aver detto così, baciò il
figlio e dalle guance
Versò pianto a terra: prima lo
tratteneva sempre, costantemente.[2]
Ulisse
si rivela e scoppia in lacrime, ma il figlio esita ancora a fidarsi, credendolo
un demone che stia tentando di ingannarlo. Ma l’eroe, dopo avergli spiegato
dell’aiuto di Atena, alla fine convince Telemaco:
Dopo aver detto così sedette, e
Telemaco
Abbracciando il padre valoroso
singhiozzava piangendo.
Un desiderio di pianto era sorto
in entrambi.[3]
Telemaco
ha finalmente ritrovato il padre per cui aveva tanto penato a cercare notizie,
ora era lì, in carne ed ossa, pronto ad aiutarlo a sconfiggere i pretendenti a
palazzo. Il ragazzo ritrova, così, la speranza, che sembrava perduta, e la
forza di affrontare il nemico. Da una prospettiva di dolore, sofferenza e
sottomissione, dopo l’incontro con il padre tutto muta, diventando una
prospettiva di ritrovata stabilità e pace. Telemaco ora non ha più paura,
perché sa di avere accanto qualcuno su cui contare, cioè suo padre, che si
commuove nel vederlo ormai diventato un uomo valoroso pronto a combattere per
la propria patria.
[1] Puliga Donatella, Piazzini
Claudia, La memoria e la parola: testi
epici e cultura degli antichi, trad. di G.A. Privitera, Le Monnier scuola,
Grassina 2007, pp. 275/276 vv. 177-179.
[2] Puliga Donatella, Piazzini
Claudia, Op. cit., p. 276 vv.
187-191.
[3] Puliga Donatella, Piazzini
Claudia, La memoria e la parola: testi
epici e cultura degli antichi, trad. di G.A. Privitera, Le Monnier scuola,
Grassina 2007, p 276 vv. 213-215.
